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Siamo quasi alle porte della primavera, ma le giornate sono talvolta ancora fredde e abbastanza lunghe da lasciarci la voglia – e il piacere – di immergerci in una lettura sul divano. D’altra parte, gli spunti non mancano, perché nei mesi scorsi sono usciti alcuni titoli molto interessanti. Altri sono invece libri pubblicati già da un po’, ma che ci piace proporre in questo periodo di transizione tra l’inverno e la primavera.

Ecco allora le recensioni di cinque romanzi che vorremmo consigliarvi, vista la loro alta qualità.

1 – Cesare. La conquista dell’eternità di Alberto Angela (Mondadori)

C’è un momento, nel 58 a.C., in cui Roma trattiene il fiato. Giulio Cesare è alle porte della città, proconsole pronto a partire verso una terra che promette gloria e sangue: la Gallia. Non è ancora il dittatore che attraverserà il Rubicone, non è ancora il nome che diventerà sinonimo di potere assoluto. È un uomo in attesa. Ed è da qui che Alberto Angela sceglie di cominciare il suo viaggio.

Cinque romanzi da leggere a marzo 2026

Dopo la trilogia dedicata a Nerone, lo storico e divulgatore torna nell’antica Roma con Cesare. La conquista dell’eternità, pubblicato da Mondadori. Un libro che non è – o almeno non è soltanto – una biografia; è piuttosto un’immersione nel De Bello Gallico, quel testo che generazioni di studenti hanno ridotto a esercizio di traduzione e che Angela restituisce alla sua natura originaria: un diario di guerra, un reportage ante litteram, un racconto in presa diretta.

Come lui stesso spiega a Fabio Fazio nel programma Che tempo che fa, “in realtà è un libro sul De Bello Gallico e nessuno aveva mai scritto prima d’ora qualcosa del genere su questa opera. Si basa sui suoi commentari, in quanto questi suoi rapporti dovevano essere letti in Senato. Nel De Bello Gallico è proprio Cesare che parla con la sua voce, attraverso quelle frasi spesso corte che dettava al segretario”.

E ancora, approfondendo sul Corriere della Sera dalle dichiarazioni dell’autore: “È un grande racconto d’avventura, un viaggio che regala scoperte di archeologia e antropologia, curiosità geografiche e riflessioni sul mondo romano”.

La trama segue le campagne galliche dal 58 al 52 a.C.: gli Elvezi, i Belgi, i Veneti, l’attraversamento del Reno, la spedizione in Britannia, fino alla grande rivolta di Vercingetorige e all’assedio di Alesia. Ma il cuore del libro non è solo la sequenza delle battaglie; è il ritratto di un uomo “condannato” alla vittoria. “Un generale come lui non c’è mai stato. Era condannato alla vittoria, non poteva perdere”, spiega Angela sempre al Corriere della Sera. Un leader che combatteva in prima linea – con i celebri calzari rossi – mentre, sottolinea, “non era come Napoleone che aspettava in tenda”.

Cinque romanzi da leggere a marzo 2026

Angela costruisce un Cesare tridimensionale: stratega geniale, politico abilissimo, comunicatore modernissimo. Ma anche uomo vanitoso, amante instancabile, capace di crudeltà spietate. Nel libro trovano spazio episodi durissimi, come il massacro di popolazioni germaniche o la mutilazione degli abitanti di una città ribelle; atti che l’autore contestualizza nelle logiche del tempo. Accanto al condottiero emerge il personaggio pubblico e privato: quattro mogli, amanti illustri, relazioni maschili in un’epoca in cui, purché si mantenesse un certo ruolo sociale, non faceva scandalo.

È merito anche di questa ricchezza e onestà intellettuale, se, come racconta sempre lo stesso Angela a Fazio, “fino ad ora quello che mi è arrivato come feedback è sentirmi dire: una volta che leggi, non smetti mai. E anch’io quando ho scritto questo libro non vedevo l’ora di andare avanti”.

Lo stile è ciò che ha reso Angela riconoscibile anche dalle sue opere precedenti: rigore scientifico e narrazione cinematografica. È quindi divulgazione, sì, ma con ritmo da serie tv e una costruzione quasi da screenplay.

Un elemento innovativo è l’uso dell’intelligenza artificiale per ricostruire volti, ambienti, scene di battaglia, rendendo visivamente tangibile un mondo perduto. La tecnologia diventa ponte tra archeologia e immaginario contemporaneo, tra documento e suggestione.

“Lo abbiamo reso un più giovane rispetto alle fonti che avevamo, adattandoci alla sua età nell’epoca in cui è ambientata la storia – spiega Alberto Angela in un contenuto Instagram realizzato per Mondadori – quindi non lo vedete con i capelli bianchi, ma brizzolato; era poco stempiato, abbiamo addolcito certi tratti. Nessuno può essere certo del vero volto di Cesare, ma il nostro sicuramente ci si avvicina”.

Cinque romanzi da leggere a marzo 2026

La stesura del libro si inserisce in un percorso personale e professionale preciso. Nato a Parigi nel 1962, laureato in Scienze Naturali, Alberto Angela ha partecipato per oltre dieci anni a missioni scientifiche in Africa e Asia, prima di intraprendere la carriera televisiva che lo porterà a programmi come Passaggio a Nord Ovest e Ulisse. Figlio di Piero Angela, ha fatto della divulgazione una cifra identitaria, tanto da essersi definito più volte un ricercatore prestato temporaneamente alla divulgazione.

Ciò che distingue questo volume da molte altre opere su Cesare è l’angolazione: non il mito già scolpito nel marmo, non il dittatore del 44 a.C., ma il comandante sul campo che scrive – e si scrive – mentre conquista. Il De Bello Gallico non è più solo fonte, ma lente narrativa: è Cesare che si autorappresenta, che costruisce la propria leggenda. Angela entra in quella scrittura, la analizza con strumenti scientifici, archeologici, antropologici, e al tempo stesso la rilancia con un linguaggio accessibile, immersivo fino ad essere talvolta crudo, contemporaneo; il tutto utilizzando lo stratagemma di tanti piccoli sotto-capitoli per facilitare la lettura.

«E allora ecco un uomo, tra i quaranta e i sessant’anni, che riceve sulla fronte, parallelamente alle sopracciglia, un fendente di spada così potente da tagliargli in due l’osso frontale, asportandolo, finendo la sua corsa dietro gli occhi e forse oltre. Considerando la forza e la direzione del colpo, dall’alto verso il basso, è possibile che sia stato un pesante colpo di spada sferrato da un uomo a cavallo, oppure è stato colpito quando era in ginocchio o già a terra. Il cranio di un altro uomo, questa volta fra i trenta e i quarant’anni, ha due profondi segni: quello di un taglio causato da una spada e una perforazione provocata da una lancia, segno di due assalitori o di due ferite in minuti diversi? In ogni caso, ci fa capire la violenza del corpo a corpo».

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Il risultato è un affresco ampio, stratificato, dove compaiono Cicerone, Pompeo, Crasso, Cleopatra, Catullo, Antonio: figure che orbitano attorno a un protagonista magnetico. Un uomo capace di attraversare il Reno costruendo un ponte di mezzo chilometro in dieci giorni, impresa che ancora oggi stupisce per modernità ingegneristica.

Cesare. La conquista dell’eternità si muove così tra passato remoto e sensibilità attuale, tra cronaca militare e introspezione, tra documento e narrazione. Non una celebrazione, non una demolizione, ma un tentativo di comprendere come un uomo abbia potuto trasformare nove anni di guerra in un racconto destinato a sopravvivere ai secoli.

E forse è proprio qui, in questo cortocircuito tra penna e spada, che Cesare – e con lui Alberto Angela – continua a conquistare l’eternità.

«A questo punto c’è un colpo di scena. In maniera del tutto inattesa, compare Giulio Cesare in persona. Lo si distingue persino da lassù, dalla città: come suo solito, probabilmente, non indossa l’elmo, ed è riconoscibile per la cappa rossa. Arriva al galoppo in testa alla sua cavalleria, lo seguono più da lontano due legioni. Per gli abitanti e per gli ultimi guerrieri irriducibili è un masso sulle loro speranze. Questo è l’uomo che ha battuto Vercingetorix e il suo sterminato esercito. Cosa possono fare loro contro di lui?»

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2 – L’alba dei Leoni. La saga dei Florio di Stefania Auci (Editrice Nord)

Il mito non nasce mai dal nulla; emerge, piuttosto, dal fango, dalla polvere e da quella ostinazione ancestrale che precede la gloria. Dopo aver dominato le classifiche con la Saga dei Florio, Stefania Auci compie un’operazione di world-building a ritroso, riportandoci laddove il ruggito era ancora un gemito di fame e speranza.

Pubblicato a inizio anno da Editrice Nord, il romanzo L’alba dei leoni. La saga dei Florio si configura come un tassello imprescindibile per chiunque voglia decodificare l’epopea di una delle dinastie più influenti d’Europa: un’opera che esplora le radici di una delle principali famiglie nella storia italiana.

Siamo nel 1772, a Bagnara Calabra: lontano dallo sfarzo palermitano dei volumi precedenti, incontriamo una famiglia aggrappata alla roccia dell’Aspromonte. Il patriarca, Vincenzo Florio, è un fabbro stimato ma autoritario — un uomo forgiato dal ferro che pretende di plasmare i figli a propria immagine — mentre al suo fianco Rosa, la moglie dalla resilienza silenziosa, funge da vero centro di gravità emotivo, tenendo uniti i fili della numerosa prole. La narrazione si accende con una frattura: la fuga del secondogenito Francesco, un’anima inquieta che rifiuta il destino da fabbro e finisce, per un tragico misunderstanding, nelle mani dei briganti.

È un viaggio iniziatico tra le montagne, una storyline d’avventura che si intreccia con la Storia collettiva; il catastrofico terremoto del 1783 spazzerà via le certezze della famiglia, costringendo i fratelli Paolo e Ignazio a guardare verso il mare, verso la Sicilia, verso quel futuro che diverrà leggenda.

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In questo contesto, il passaggio dalla Calabria alla Sicilia viene descritto non come una scelta facile, ma come una fuga necessaria verso la sopravvivenza, un tema che l’autrice lega strettamente alla capacità dell’uomo di reinventarsi dopo ogni crollo. Ai microfoni di Sky TG24, Auci ha voluto rimarcare come la vera essenza dei protagonisti risieda proprio in quel primo, incerto vagito di libertà: una spinta che trasforma la polvere di Bagnara nel sogno di un impero, dimostrando che la forza di una stirpe si misura soprattutto nella capacità di restare in piedi quando tutto intorno trema.

All’interno della produzione di Stefania Auci, questo libro funge da prequel speculare: se I leoni di Sicilia e L’inverno dei leoni raccontavano l’ascesa e il crepuscolo, L’alba dei leoni ne indaga il presupposto etico e psicologico.

Ha spiegato l’autrice nel corso dell’incontro presso Confapi di Lecco e Sondrio: “Raccontare questo pezzo di storia serviva per spiegare bene perché i Florio sono diventati i Florio: partire dalla base, da queste radici così complesse e complicate che sono quelle di una piccola famiglia con un padre fabbro e una madre tessitrice in casa”.

Stefania Auci, nata a Trapani e voce di punta della narrativa storica contemporanea, conferma quindi qui il suo know-how documentaristico, unito a una prosa visiva e saettante.

Il riscontro è stato, ancora una volta, un grande successo: con oltre 1,5 milioni di copie vendute solo in Italia e traduzioni in 42 paesi, la saga si conferma un fenomeno transmediale, già consacrato da una serie TV di successo.

L’autrice ha più volte sottolineato come il suo intento non sia mai pedagogico, ma puramente narrativo. Ha infatti spiegato in un’intervista a Il Libraio: “La parola è uno strumento: serve a descrivere, a raccontare, a puntualizzare passaggi di una vicenda umana e professionale che in certi momenti diventa anche una voce della grande storia. La mia volontà è quella di scrivere raccontando, non voglio educare nessuno, ma cercare di spiegare perché determinati eventi si sono verificati e che tipo di conseguenze hanno lasciato nella storia dei loro protagonisti”.

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L’architettura narrativa dell’opera si regge su un’indagine profonda e quasi chirurgica delle dinamiche di potere maschili che saturano lo spazio domestico; una fascinazione che l’autrice trasforma in un ponte verso la contemporaneità, intercettando quel senso di smarrimento che affligge molti giovani oggi: l’incapacità di definire in modo univoco il proprio ruolo all’interno di un mondo frammentato.

In questo scenario, la figura del patriarca agisce come una forza gravitazionale che tutto attrae e tutto schiaccia, rendendo la transizione verso una nuova consapevolezza un atto quasi sovversivo. La vera rivoluzione copernicana del racconto risiede nel superamento della concezione del padre come figura di comando assoluto, tipica di un Settecento ancorato a regole patriarcali d’acciaio; la sfida, dunque, diventa quella di trasformare l’autorità in accompagnamento, un passaggio doloroso e necessario per scardinare una rigidità sociale che non permetteva deroghe all’identità maschile.

«Francesco ricorderà per anni quel momento in cui, nella sua mente, era apparsa una linea netta e limpida come l’orizzonte dopo una giornata di pioggia. Era la linea che divideva la sua vita: da una parte, resisteva ancora qualche speranza di rimanere Francesco Florio, di non vergognarsi del suo nome, di avere ancora un’anima. Dall’altra, c’era un altro sé stesso. Un’anima nera, senza più una famiglia, senza più dignità, senza più onore. Senza nome né passato».

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3 – Skippy muore di Paul Murray (Einaudi)

L’universo adolescenziale è un groviglio di desideri inespressi, cinismo precoce e una ricerca quasi disperata di senso in un mondo che sembra averlo smarrito. Paul Murray, nel suo monumentale romanzo Skippy muore (Skippy Dies), riesce a catturare questa complessità con una precisione chirurgica e una sensibilità rara, regalandoci un’opera che è al contempo una commedia esilarante e una tragedia devastante.

Pubblicato originariamente nel 2010 dalla casa editrice Hamish Hamilton nel Regno Unito e da Farrar, Straus and Giroux negli Stati Uniti, il libro ha impiegato poco tempo per diventare un vero e proprio cult. In Italia è arrivato nel 2014 grazie a Isbn Edizioni e di recente è stato riproposto da Einaudi, consolidando la fama di Murray come una delle voci più originali della narrativa contemporanea.

La ricezione è stata trionfale: finalista al National Book Critics Circle Award e inserito nella longlist del Man Booker Prize, il romanzo ha conquistato la critica per la sua capacità di mescolare generi diversi, dal romanzo di formazione al giallo, fino alla satira sociale. Le vendite hanno confermato l’apprezzamento del pubblico, attratto da una narrazione che, nonostante le sue oltre 600 pagine, scorre con una fluidità impressionante.

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Il libro si apre con un evento definitivo: Daniel “Skippy” Juster muore durante una gara di mangiatori di ciambelle da Ed’s, un fast food di Dublino. Non è uno spoiler, ma il punto di partenza per un’indagine a ritroso che scava nelle fondamenta del Seabrook College, un prestigioso e polveroso istituto cattolico maschile.

La narrazione si espande come un’onda d’urto, coinvolgendo il compagno di stanza di Skippy, Ruprecht Van Doren, un genio della fisica convinto che la teoria delle stringhe possa spiegare il senso del tutto e, forse, permettergli di comunicare con l’aldilà. Attorno a loro ruotano figure indimenticabili: Howard “il Cow-boy” Fallon, un insegnante di storia idealista e malinconico, tormentato da un passato che non riesce a superare; Lori, la ragazza dei sogni di Skippy che frequenta il vicino collegio femminile; più una galleria di comprimari – dai bulli feroci ai preti ambigui – che compongono un affresco corale di rara potenza.

Murray affronta temi universali: la perdita dell’innocenza, il peso delle aspettative adulte, la solitudine tecnologica e la crisi dei valori nell’Irlanda della “Tigre Celtica”. Lo stile è contemporaneo e dinamico; l’autore padroneggia una prosa letterariamente elevata ma priva di compiacimento, dove frasi composite e strutture narrative articolate — ricche di due punti, trattini e incisi — si alternano a dialoghi serrati caratterizzati da anglicismi tipici del gergo giovanile.

Interrogato dal canale You Tube Whyilovethisbook sulla sua scelta di ambientare il romanzo in un contesto scolastico, Murray ha dichiarato: “Sentivo di provenire da un Paese in cui la letteratura è molto importante, ma il mondo da cui venivo, quello della periferia noiosa, non era rappresentato nei libri. Ho pensato di provare a fare qualcosa di nuovo e scrivere dello strano mondo in rapidissimo cambiamento in cui viviamo attraverso gli occhi di chi sperimenta questi cambiamenti più direttamente, ovvero i ragazzi e le ragazze della periferia di questa città”.

Il processo creativo dietro quest’opera è stato lungo e tormentato. Nato inizialmente come un racconto breve, il testo è esploso tra le mani di Murray, superando le mille pagine prima di essere sfoltito. In un’intervista a The Varsity, il giornale studentesco dell’Università di Toronto, l’autore ha spiegato questa genesi ipertrofica: “Mi piaceva così tanto scrivere la storia che diventava sempre più lunga; a un certo punto superava le 1000 pagine. Potevi avere tutti i personaggi, le storie e i punti di vista che volevi su questa società folle e mutevole. E tutti, essendo adolescenti, affrontano ogni cosa in modo estremo. È stato molto liberatorio”.

Tuttavia, la forza del romanzo risiede anche nel suo equilibrio finale, raggiunto attraverso un editing quasi spietato, come spiega lui stesso: “Ho dovuto cauterizzare qualcosa dentro di me. Se sei un romanziere, hai il lusso di essere prezioso, ma a quel punto il libro non funzionava. Ho tagliato più di un quarto del volume. Alla fine pensavo che tutto ciò che era rimasto fosse solido. Era la decisione giusta”.

Skippy muore non è quindi solo un libro sui ragazzi, ma un’analisi profonda sulla difficoltà di essere umani in un sistema che privilegia l’apparenza e il profitto. Il punto di forza principale è però forse a nostro parare l’umorismo: una comicità spesso nerissima che funge da antidoto alla disperazione. L’autore riesce a farci ridere di cuore un attimo prima di spezzarcelo, mantenendo una tensione narrativa che non viene mai meno.

Con le sue parole: “L’umorismo è un modo molto importante per tagliare ogni tentazione dello scrittore di auto-incensarsi in virtù del fatto che sta scrivendo materiale molto drammatico”.

Lo consiglieremmo perché è un romanzo totale, una lettura che richiede impegno ma restituisce moltissimo: è un invito a guardare oltre la superficie, a riconoscere la magia e il dolore che si celano dietro i volti anonimi dei ragazzi che incrociamo per strada.

Per chi non conoscesse l’autore, Paul Murray è nato a Dublino nel 1975. Dopo aver studiato Letteratura Inglese al Trinity College e Scrittura Creativa all’Università dell’Anglia Orientale, ha lavorato per anni come libraio. Ha esordito nel 2003 con An Evening of Long Goodbyes, ma è stato il successo internazionale di Skippy muore a consacrarlo definitivamente. Oggi è considerato uno dei massimi esponenti della nuova narrativa irlandese, molto abile nel coniugare profondità intellettuale e intrattenimento di alta qualità.

4 – In amore e in guerra di Ildefonso Falcones (Longanesi)

L’epopea di Ildefonso Falcones approda nelle terre del Mezzogiorno italiano, segnando un ritorno atteso quasi vent’anni e capace di tessere un legame indissolubile tra la Barcellona gotica e la Napoli rinascimentale. Con In guerra e in amore (En el amor y en la guerra), l’autore spagnolo non si limita a proseguire una saga familiare, ma realizza un omaggio vibrante alla cultura e alla storia del nostro Paese.

Pubblicato in Italia da Longanesi, il romanzo ha immediatamente scalato le classifiche, confermando il prestigio di un autore che vanta oltre 15 milioni di copie vendute nel mondo. Se in Spagna la presentazione del libro ha visto la partecipazione di oltre mille persone nello scenario iconico di Santa Maria del Mar, in Italia la ricezione è stata altrettanto calorosa, con eventi partecipatissimi come quello di Gaeta.

La critica ha lodato la capacità di Falcones di trasportare i lettori in un’epoca passata con una scrittura coinvolgente e mai barocca, definendo l’opera un’aggiunta eccellente alla letteratura storica contemporanea.

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La narrazione si apre nel 1442, un anno cruciale per il Regno di Napoli: Alfonso d’Aragona ha appena conquistato la città, trasformandola in un laboratorio di culture mediterranee. Protagonista è Arnau Estanyol, conte di Navarcles e nipote di quel bastaix che contribuì a innalzare la cattedrale di Barcellona. Arnau è un uomo maturo, diviso tra la fedeltà alla corona aragonese e l’ostilità di un’aristocrazia napoletana che vede negli spagnoli dei meri invasori.

Mentre Arnau cerca di consolidare il proprio potere tra sfarzosi palazzi e vicoli di basalto, le ombre del passato tornano a perseguitarlo: il fratellastro Gaspar, subdolo e assetato di vendetta, congiura per sottrargli tutto ciò che ha faticosamente costruito. La battaglia non si combatte solo nelle sale del trono, ma anche a Barcellona, dove le trame contro la casata Estanyol si infittiscono, costringendo Arnau a una lotta su due fronti.

Sebbene il perno sia Arnau, il cuore pulsante del romanzo risiede nelle figure femminili che muovono i fili invisibili della politica e del sentimento. Sofia è una vedova sagace e un’alleata preziosa, abilissima nel tessere le trame diplomatiche tra gli spagnoli e i napoletani; Marina è la figlioccia di Arnau, una giovane dotata di immenso coraggio e determinazione, la cui vita viene stravolta dalle congiure del nemico; Isabella rappresenta l’incarnazione di un amore maturo e profondo, capace di sostenere Arnau nei momenti di dubbio.

Attorno a loro ruotano personaggi affascinanti come il giovane scudiero Ferran, desideroso di riscatto, e figure emblematiche della Napoli dell’epoca, come i femminielli, già allora rispettati e integrati nel tessuto sociale cittadino.

Falcones adotta una prosa scorrevole e vigorosa, alternando capitoli ampi a memorie epistolari che rivelano le motivazioni più intime dei protagonisti. Lo stile è essenziale, capace di far brillare la storia senza appesantirla con eccessivi barocchismi; la cura del ritmo è evidente: scene d’azione serrate, come le cariche di cavalleria, si alternano a pause contemplative in cui rilucono gli affreschi delle corti aragonesi o la miseria brulicante dei mercati.

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«Pastori che sorvegliavano le pecore dentro e fuori gli ovili. Uomini che portavano gli animali, altri che li conducevano via dopo aver tolto loro il vello. I tosatori. Quelli che curavano le ferite. Quelli che classificavano il prodotto. Quelli che raccoglievano il vello e separavano la lana del sottopancia e delle zampe e annodavano il resto. I raccoglitori che trasportavano i sacchi nel magazzino dove altri li sistemavano in pile molto strette. Le donne e i bambini che, con grandi ceste sulle spalle, perlustravano il terreno e recuperavano i bioccoli caduti. I portatori d’acqua, vino o roba da mangiare. Le donne che infornavano e offrivano il pane. Persino vagabondi che mendicavano qualcosa da mettere nello stomaco e ricevevano sempre un piattino di frattaglie. Centinaia di persone sotto la direzione di Giacomo, di qualche vecchio pastore esperto e di… Paolo, che si aggirava tra la polvere e i ciuffi di lana che intorbidivano l’aria».

Il romanzo eccelle nella ricostruzione storica: l’odore acre delle concerie, il clangore delle spade a Castel Nuovo e il fumo lontano del Vesuvio creano un’ambientazione quasi tattile. Un punto di forza notevole è l’esplorazione dello scontro culturale tra la scolastica medievale aragonese e l’Umanesimo nascente napoletano. Tra i passaggi più intensi spicca anche la rivalità fratricida con Gaspar e i momenti in cui Arnau, nonostante il titolo nobiliare, mostra la vulnerabilità di un uomo che teme di perdere i propri affetti.

Durante l’incontro tenutosi a Gaeta, Falcones ha riflettuto sul suo legame con la spiritualità e la scrittura: “Il mio rapporto con la fede è molto forte, credo molto, sono cattolico apostolico, cristiano, romano, credo nella fede e nell’esistenza di Dio. Per questo in alcuni personaggi mi riconosco, in altri invece no. In alcune occasioni non sono stato molto generoso con la Chiesa e soprattutto con la Chiesa medievale. Bisogna però dividere quello che sono e in cui credo da quello che è poi il romanzo. Perché si tratta di un romanzo, di una fiction, non è una biografia”.

Interrogato invece sul fascino che le relazioni umane del passato esercitano su di lui, ha dichiarato a i Il Libraio: “Forse uno degli aspetti che mi attraggono di più dello studio della storia sono le relazioni sociali, in che modo si stabilivano i rapporti umani all’epoca, gli usi, i costumi, le tradizioni, la mentalità delle persone”.

In particolate, Falcones si è sempre detto attratto – e ciò emerge anche da questo ultimo romanzo, oltre che dalle opere precedenti – dal passaggio dal Medioevo al Rinascimento. Napoli era il centro di questo cambiamento: gli Aragonesi portavano con sé una mentalità ancora legata al passato, mentre a Napoli si respirava già l’aria dei nuovi classici e delle libertà individuali. È in questo scontro tra il vecchio e il nuovo che i personaggi del libro devono trovare la loro strada, imparando che la guerra non è solo quella dei re, ma anche quella interiore per l’onore e l’amore.

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5 – La regina dei Due Mondi. Il romanzo di Isabella di Isabella di Castiglia di Lisa Laffi (Tre60)

Lisa Laffi ci incanta ancora una volta con La regina dei Due Mondi. Il romanzo di Isabella di Isabella di Castiglia, edito da Tre60: si tratta di un’opera che si staglia con vigore nel panorama della narrativa storica contemporanea, focalizzandosi su una delle figure più polarizzanti e carismatiche dell’intero Medioevo: Isabella di Castiglia.

Il romanzo si apre in un’epoca di fumo e acciaio, dove il destino della Spagna è ancora un mosaico frammentato di regni in lotta. Lisa Laffi sceglie di raccontare Isabella non solo come la sovrana ieratica che la storiografia ci ha consegnato, ma come una donna che ha dovuto forgiare il proprio potere nel fuoco del conflitto.

La trama segue l’ascesa di una giovane infanta che, contro ogni previsione e sfidando le leggi saliche non scritte del suo tempo, riesce a cingere la corona di Castiglia, unendo il suo destino a quello di Ferdinando d’Aragona.

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Il titolo, La regina dei Due Mondi, non è soltanto un richiamo geografico alla scoperta dell’America — evento che Isabella finanziò con una lungimiranza politica senza precedenti — ma rappresenta anche una dicotomia interiore: il mondo vecchio, quello della Reconquista e dell’oscurantismo medievale, in contrapposizione al mondo nuovo, l’alba del Rinascimento e l’espansione globale.

La Laffi, già nota per la sua capacità di dar voce a grandi figure femminili della storia – si pensi a L’ultimo segreto di Botticelli o La regina senza corona – conferma qui la sua cifra stilistica: una prosa snella ma letterariamente densa, dove l’uso frequente di subordinate e di una punteggiatura ricercata isola riflessioni psicologiche che scandiscono l’incedere degli eventi, conferendo al testo un ritmo quasi teatrale.

L’autrice si distacca dalla biografia asettica per abbracciare un historical fiction di alto profilo, dove il rigore documentario si sposa con una sensibilità introspettiva moderna. Isabella viene analizzata nelle sue contraddizioni: la ferocia della fede che portò all’Inquisizione e la tenerezza di una madre e moglie che cercava di mantenere l’equilibrio in una corte infestata da tradimenti.

Attorno alla regina ruotano figure storiche trattate con tridimensionalità, a cominciare da Ferdinando d’Aragona: non un semplice consorte, ma il completamento politico di un disegno unitario, pur nelle tensioni di un matrimonio che fu anche un costante negoziato di potere.

 L’altra grande figura di quell’epoca è Cristoforo Colombo, il sognatore genovese: il suo incontro con la regina segna il punto di svolta del romanzo e della storia universale.

«Io credo nella vostra idea, messer Colombo» vidi ancora quel lampo negli occhi chiarissimi del genovese «e per dimostrarvelo ordinerò che vi venga corrisposto un anticipo di quindicimila maravedi perché i vostri studi in merito possano continuare, ma disporrò anche che venga istituita una Commissione presieduta da fra’ Hernando, che passi al vaglio le vostre prove e i vostri calcoli. Soltanto quando questi saranno confermati e sarò certa di non mandare uomini a morire nel Mare Oceano vi darò il resto del denaro. Probabilmente, per quel giorno, la guerra che sto combattendo contro i mori sarà conclusa e allora potremo portare insieme la croce oltre il Mare Oceano».

In un’intervista rilasciata a Letteratura e dintorni, Lisa Laffi ha spiegato l’approccio alla sua protagonista: “Isabella di Castiglia è stata una donna di una modernità sconcertante, capace di imporsi in un mondo di uomini con una determinazione che oggi definiremmo ‘di ferro’. Eppure, scrivendo di lei, ho voluto far emergere le crepe della sua anima, il peso di scelte che avrebbero cambiato il corso dell’umanità, perché dietro la corona c’era una donna che conosceva la paura, ma sceglieva di non ascoltarla”.

Approfondendo invece il tema della ricerca storica e del legame con il presente, in un contributo per il canale YouTube Tre60 Libri, l’autrice ha dichiarato: “Raccontare Isabella significa raccontare la nascita dell’identità europea per come la conosciamo oggi. La sfida più grande è stata mantenere l’equilibrio tra il dato d’archivio e l’emozione narrativa; volevo che il lettore sentisse il fruscio dei suoi abiti e il freddo delle pietre di Granada, rendendo la storia non un elenco di date, ma un’esperienza sensoriale pulsante”.

Se la Isabella reale è spesso ricordata come la “Cattolica”, austera e implacabile, la Isabella della Laffi acquista una vibrazione umana superiore. Il libro evidenzia infatti come la sua ascesa non sia stata una marcia trionfale, ma un corpo a corpo con la nobiltà ribelle e con i propri dubbi morali.

La precisione storica dell’autrice e la sua fervida immaginazione permettono di cogliere dettagli quotidiani che spesso sfuggono ai manuali, rendendo il romanzo un ponte perfetto per chi vuole conoscere la storia, senza rinunciare al piacere di una narrazione di livello.

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