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Metallurgia, logistica, alimentari e distretti industriali nel mirino: pesa il timore di costi energetici strutturalmente più alti
L’attacco militare all’Iran rischia di presentare un conto pesante alle imprese italiane. Secondo le stime dell’Ufficio studi della CGIA, l’impennata dei prezzi di gas ed energia elettrica registrata negli ultimi giorni potrebbe tradursi nel 2026 in un extra-costo vicino ai 10 miliardi di euro per il sistema produttivo nazionale.
Se le tensioni attuali dovessero trasformarsi in rincari strutturali, le aziende italiane potrebbero trovarsi a pagare 7,2 miliardi di euro in più per l’elettricità e altri 2,6 miliardi per il gas, con una variazione complessiva del +13,5% rispetto al 2025. L’effetto combinato dei rincari energetici, osserva la CGIA, rischia di comprimere ancora i margini delle imprese in una fase già segnata da instabilità internazionale.
Le aree più penalizzate sarebbero quelle dove si concentra una presenza più diffusa di attività produttive e commerciali. In testa c’è la Lombardia, che potrebbe registrare un aumento dei costi energetici di quasi 2,3 miliardi di euro. Seguono Emilia-Romagna con +1,2 miliardi, Veneto con +1,1 miliardi, Piemonte con 879 milioni e Toscana con 670 milioni.
La dinamica dei prezzi spiega la portata dell’allarme. Alla vigilia dell’attacco israelo-americano all’Iran, venerdì 27 febbraio, il gas scambiava a 32 euro al megawattora e l’energia elettrica a 107,5 euro. Nel giro di pochi giorni, al 4 marzo 2026, i prezzi sono saliti rispettivamente a 55,2 e 165,7 euro, per poi flettere leggermente. Una corsa che riflette il peso delle tensioni geopolitiche e dell’incertezza sui mercati.
La CGIA sottolinea però che lo scenario attuale non è sovrapponibile a quello esploso dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Nel 2022 il prezzo medio del gas arrivò a 303,1 euro al megawattora, mentre l’energia elettrica toccò in media 123,5 euro. Oggi, pur in presenza di un rialzo significativo, i livelli restano lontani da quei picchi: la media del 2025 si è attestata a 116,1 euro per l’energia elettrica e a 38,7 per il gas.
I settori più esposti ai rincari sono quelli con i consumi più elevati, dalla metallurgia al commercio, dagli alimentari al trasporto e logistica. Per quanto riguarda le imprese gasivore, la CGIA segnala rischi maggiori per estrattivo, lavorazione e conservazione alimenti, confezione e produzione tessile, abbigliamento e calzature, oltre alla costruzione di navi e imbarcazioni da diporto.
Anche alcuni distretti industriali appaiono particolarmente vulnerabili. L’associazione cita le piastrelle di Sassuolo, i metalli di Brescia e Lumezzane, il cartario di Lucca, il seta-tessile di Como e il polo siderurgico di Taranto.
Per la CGIA servono risposte rapide: “è necessario intervenire subito. Servono misure efficaci per contenere il prezzo dell’energia e sostenere cittadini e aziende. L’Unione Europea e il Governo italiano devono fare la loro parte: Bruxelles accelerando il disaccoppiamento tra il prezzo del gas e quello dell’energia elettrica; Roma varando interventi temporanei — come ha avuto modo di fare dopo l’invasione russa dell’Ucraina — tra bonus sociali, taglio dell’Iva e azzeramento degli oneri di sistema”.
Ma, avverte l’associazione, per le piccole imprese non bastano interventi tampone. “Per le piccole imprese italiane il problema non può essere risolto solo con misure ‘tampone’ “. La CGIA ricorda che in Italia una parte rilevante del prezzo finale dell’energia è composta da oneri di sistema, accise e Iva, che pesano proporzionalmente di più sui piccoli consumatori. Per questo, aggiunge, bisogna “spostare parte di questi oneri sulla fiscalità generale – come già fatto temporaneamente durante la crisi 2022-2023” perché “renderebbe il costo dell’energia più aderente ai consumi effettivi, alleggerendo in particolare artigiani, negozi e microimprese”.
L’altra leva indicata riguarda il potere contrattuale delle Pmi. “Una seconda leva dovrebbe essere attivata per favorire contratti stabili e acquisti aggregati. Le nostre Pmi non hanno il potere contrattuale delle grandi aziende per accedere ai mercati all’ingrosso. Una soluzione è incentivare gruppi di acquisto, consorzi energetici e contratti a lungo termine (PPA), che permettono prezzi più prevedibili. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy sta promuovendo strumenti di aggregazione della domanda proprio per ridurre questo squilibrio”.
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