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Rino Formica li definiva “nani e ballerine”. Erano i componenti di quell’armata Brancaleone estratta dallo star system di allora e arruolata nel Psi di Bettino Craxi per rappresentare un pezzo di Italia “pop”, che allora – per fortuna – non conosceva gli influencer, ma ne aveva già bisogno.

In realtà non era un’esclusiva dei socialisti. Anche il Pci del più compunto Enrico Berlinguer non disdegnava di portare in Parlamento e ai Congressi – quando ancora i partiti li celebravano – donne e uomini del mondo dello spettacolo, anche se con sopraccigli inarcati per sottolineare lo sforzo dell’impegno politico e sociale.

Ma in nessun caso, né Craxi, né Berlinguer, si sarebbero mai sognati di affidare a qualcuno di costoro un ruolo di responsabilità, nel partito, come nelle Istituzioni. Erano nobile “carne da cannone”, da esibire, o al più con cui arricchire dibattiti e convegni. Oggi, nel tempo dell’oltre, quando ogni confine è visto solo come segno da superare, è lo star system a segnare i tempi e i contenuti – e i protagonisti – della politica.

Intendiamoci, “star system” in senso lato: tutto quanto fa spettacolo. Un avvocato di bell’aspetto e scarsa esperienza, ma molto telegenico; così come un generale molto sguaiato e disposto a tutto, assai capace di rovistare nella pancia del Paese. E si sa, nella pancia, non c’è solo il microbiota intestinale, con il suo nobile ruolo di “secondo cervello”, c’è anche molto altro, che ha a che fare con quell’altra definizione di Rino Formica, a proposito della politica: “Sangue e merda”.

Il fatto che il generale Vannacci abbia deciso di lasciare l’avventura con la Lega, per dare vita a un nuovo partito, può essere un buon segnale per la democrazia – meglio un partito in più che uno in meno – ma potrebbe suonare come un allarme per tutti i giovani partiti di oggi (la Lega è paradossalmente il più antico) di fronte all’abitudine di arruolare belle facce o brutti ceffi, purché possano apparire come veicoli di successo.

Il rischio della cannibalizzazione è altissimo. Giuseppe Conte, partendo dalle retrovie dei “grillini” si è trovato a fare il presidente del Consiglio, certamente non esibendo curricula e competenze, ma solo un ciuffo che piace “alla gente che piace”.

 Aggiungendo poi il cinismo e la sagacia che il ruolo suggerisce, ha compiuto il parricidio, nei confronti di un vero uomo dello spettacolo, Beppe Grillo, attraversato da ambasce familiari e personali oltre che dall’esaurimento di quella spinta propulsiva che consumò anche la Rivoluzione d’ottobre.

Roberto Vannacci, invece di puntare al corpo della Lega, fatto di carne dura, che viene da lontano, da una politica dei territori, da intuizioni nobili anche se qualche volta esibite in canottiera, ha preferito fare lo scissionista. Ha deciso di puntare alla conta dei voti: quante delle preferenze ottenute alle europee – un record, superato solo da Giorgia Meloni, dopo due anni di presidenza del Consiglio – sono effetto della Lega, e quante sono figlie della sua irruenza omofoba, sgangherata e cialtrona? E c’è chi fa previsioni e percentuali.

E chi cerca di immaginare una riforma elettorale per anestetizzare il Genio uscito dalla lampada di un Aladino distratto e imprudente. Un monito non tanto per Salvini, che deve gestire il divorzio, senza cedere sugli alimenti, ma per tutti i politici della seconda o terza Repubblica: la società liquida e la politica fluida generano mostri, capaci di cambiare aspetto e sembianza, come “trasformer” senza padrone. Inarruolabili.

Che dire? Io ho una certa nostalgia dei partiti fatti di congressi, di maggioranze e minoranze, di segreterie elette in base ai voti dei delegati, di dibattiti feroci, capaci di sopportare la sintesi imperfetta della democrazia, che, per dirla con Churchill, è pur sempre “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate”.

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