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Tentato rapimento a Caivano, lo psichiatra Mendolicchio lancia l’allarme: “Siamo vulnerabili. Quando famiglia, scuola e comunità si indeboliscono, i comportamenti borderline esplodono”

“Questo non è tuo figlio, dammelo!”. Avrebbe detto così l’uomo che nella serata di ieri ha cercato di rapire un bambino di cinque anni in un noto supermercato di Caivano, nel napoletano, strappandolo dalle braccia della madre. Un atto psicopatologico o solo impulsività aggravata dall’alcol? Per Leonardo Mendolicchio, entrambe le cose.

Lo psichiatra – docente alla Cattolica di Milano, membro della scuola lacaniana di psicoanalisi e dell’Associazione mondiale di psicoanalisi, oltre che fondatore del progetto Food For Mind per la diffusione dell’esperienza di cura dei disturbi alimentari – intercettato da Affaritaliani, afferma che le due cose non si escludono.

“In questi gesti può esserci sia disinibizione da alcol e/o sostanze, sia impulsività “di tratto”, una condizione psicopatologica acuta, come psicosi, mania, delirium, gravi disturbi di personalità. Oppure, un mix di entrambe. L’alcol spesso non ‘crea’ l’idea, ma abbassa i freni e alza l’audacia: rende possibile ciò che prima restava fantasia o impulso trattenuto”, dice lo psicoanalista. 

L’aumento di comportamenti disinibiti

Purtroppo, quanto accaduto stamattina non è un caso isolato. Un episodio simile si è registrato nella giornata di sabato a Bergamo, dove un uomo, colto da una sorta di raptus, ha cercato di rapire una bimba di un anno. Ci si chiede, allora, se casi simili stiano aumentando realmente o se la percezione sia frutto dell’amplificazione mediatica. “È difficile dirlo senza dati solidi”, osserva Mendolicchio. “Può esserci un aumento di segnalazioni e visibilità, più smartphone, più social, più notizie riprese, che fa sembrare il fenomeno in crescita”. 

Ma, aggiunge lo psichiatra, “è plausibile anche un incremento di comportamenti disorganizzati o disinibiti in generale, legato a stress sociale, consumo di alcol o altre sostanze, fragilità psichiche non intercettate e minor ‘controllo interno’ ed esterno”. In altre parole, l’attenzione dei media può far sembrare certi gesti più frequenti, ma esistono anche cause strutturali che possono aumentare la probabilità di episodi così drammatici.

I fattori x

A questo proposito, Mendolicchio individua tre fattori ricorrenti. Il primo è la disinibizione chimica: “Alcol, sostanze o persino alcune combinazioni farmacologiche, soprattutto in soggetti vulnerabili, possono facilitare comportamenti antisociali o impulsivi”. Il secondo fattore è la fatica psichica e sociale. Stress, precarietà, solitudine, irritabilità o sonno sregolato aumentano il carico emotivo, “riducendo la capacità di autoregolazione e di controllo sugli impulsi”. 

Infine, c’è l’indebolimento del “freno culturale”, ossia una minor interiorizzazione dei limiti sociali: più immediatezza, minore tolleranza alla frustrazione, una sensazione diffusa che il mondo sia ormai un grande “tasto invio”. Non si tratta di nostalgia dei “bei tempi”, sottolinea lo psichiatra, ma di un cambiamento culturale e sociale che rende certi gesti più facili e meno reprimibili.

Un altro possibile fattore che può spiegare l’aumento di episodi simili è il vuoto affettivo o identitario. “Può accadere”, spiega lo psicoterapeuta, “ma non significa che chi si sente solo diventi automaticamente pericoloso”. In alcuni casi, però, chi non ha legami adulti stabili può cercare illusorie forme di controllo o possesso: “I bambini possono diventare simboli di sicurezza: oggetti che non contraddicono e non sfidano. Ed è proprio in queste situazioni che il rischio di gesti estremi aumenta”, aggiunge. 

Le fragilità del sistema

Nonostante l’allarme suscitato da episodi come quello di Caivano, resta aperta la domanda: il sistema riesce davvero a intercettare le fragilità psichiche prima che diventino pericolose? Per Mendolicchio, la risposta è complessa. “Il sistema funziona solo quando la fragilità viene portata all’attenzione di qualcuno: un familiare, un medico di base, i servizi sociali”, spiega lo psichiatra.

Il problema è che molte persone restano invisibili. “Vergogna, negazione, isolamento, uso di sostanze o scarsa consapevolezza del proprio stato psicologico fanno sì che il rischio passi sotto il radar. E anche quando le fragilità vengono individuate, i servizi sono spesso sotto pressione: la prevenzione richiede tempo, continuità e collaborazione tra strutture diverse”, spiega l’esperto. Un processo che Mendolicchio paragona al “voler fare manutenzione a un ponte mentre tutti ci passano sopra“: si può intervenire, ma è un lavoro lungo e delicato, e non sempre è possibile prevenire il gesto estremo prima che avvenga.

Questo spiega in parte perché, pur in un contesto sociale ricco di strumenti di controllo e prevenzione, episodi drammatici come quello del supermercato non sono impossibili. Fattori personali si incontrano con dinamiche sociali e culturali: fragilità psichica, disinibizione, stress, indebolimento dei freni culturali e, talvolta, fantasie di possesso affettivo. Tutti elementi che, se presenti insieme, possono portare a comportamenti estremi e imprevedibili.

Relazioni ed esperienze affettive

Un’altra chiave per comprendere episodi come quello di Caivano riguarda le esperienze affettive precoci e le relazioni fallimentari. Mendolicchio osserva che un’infanzia carente o legami affettivi instabili possono lasciare un’impronta profonda: “Difficoltà a mentalizzare l’altro, confini deboli, ricerca di gratificazione immediata, intolleranza della frustrazione, bisogno di controllo”, spiega. “In alcuni profili, la ‘cura’ viene confusa con il possesso: ‘ti tengo con me’ anziché ‘ti rispetto’. Ma attenzione: sono fattori di vulnerabilità, non un destino“, sottolinea lo psichiatra. In altre parole, non tutte le persone con un’infanzia difficile, diventano pericolose. 

Certo è che spesso il “desiderio legittimo di appartenenza e continuità, come il bisogno di famiglia, di legami stabili, di riconoscimento, può deformarsi in una scorciatoia”, spiega il docente. “Invece di costruire relazioni adulte e paritarie, l’individuo cerca di appropriarsi di un legame già formato, prendendo il controllo sulla vita di un altro. È una versione patologica del bisogno di significato: invece di diventare qualcuno, mi approprio di qualcuno. E qui entrano in gioco solitudine, immaturità emotiva, fantasie di riparazione o di onnipotenza”, prosegue. 

Il sistema sociale

Un altro tema chiave riguarda i dispositivi di contenimento sociale: famiglia, scuola, comunità e servizi. “Non direi che li abbiamo persi, ma sono logorati”, spiega Mendolicchio. “Famiglie spesso stanche o frammentate, scuole caricate di compiti che non le competono, comunità meno coese e servizi in sofferenza rendono più fragile la rete di protezione dei giovani.

Il contenimento non è semplicemente ‘controllo’: significa presenza adulta, regole coerenti, alleanze educative e presa in carico precoce”, sottolinea. Quando questi dispositivi si indeboliscono, osserva lo psichiatra, “emergono più facilmente comportamenti borderline, tra disordine e acting-out. E a volte, basta poco perché un gesto improvviso e assurdo diventi ‘agito'”. 

In questo senso, gli ultimi episodi di cronaca sembrano offrire un racconto della fragilità dell’equilibrio tra fragilità personali e sistemi di supporto, sottolineando quanto la presenza educativa e relazionale continui a essere fondamentale per prevenire gesti estremi.

Dinamiche, queste, che Mendolicchio affronta nel suo libro “Diventerai uomo. Crescere un figlio oltre il mito della virilità”, in uscita con Mondadori il 27 gennaio, in cui riflette su cosa significhi oggi crescere uomini in un contesto di crisi identitaria, violenza di genere e nuove solitudini digitali. Una chiave per comprendere fenomeni come ritiro sociale, aggressività o ricerca di controllo: non come colpe individuali, ma come segnali di un disagio profondo che chiede ascolto, guida e strumenti per elaborare emozioni e relazioni. 

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