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“Il potere di Trump non è più totale, i repubblicani iniziano a dire basta”, parla Alan Friedman

“Potrebbe essere l’inizio di una tendenza destinata a crescere nel tempo e a manifestarsi con la sconfitta dei repubblicani il 13 novembre alle elezioni di metà mandato”. Così Alan Friedman – giornalista, politologo americano e noto volto televisivo – commenta ad Affaritaliani il voto di sei repubblicani contro i dazi imposti da Donald Trump al Canada. 

Non è che l’America sia cambiata per un solo voto. È però un’indicazione che anche tra i ranghi repubblicani stanno emergendo dubbi sul presidente. Si tratta di un work in progress. È interessante che alcuni repubblicani si siano schierati con i democratici perché comprendono i rischi delle mosse di Trump, che con i dazi e le sue minacce rischia di creare nuovi problemi con il Canada. È un segnale che il suo potere non è più totale come una volta”, continua l’esperto. 

“Questo episodio fa parte di una sindrome più ampia che si intravede anche su altri fronti, come il caso Epstein o le vicende di Minneapolis: alcuni repubblicani moderati cominciano ad avere il coraggio di criticare Trump e di opporsi a lui. C’è la sensazione che, tra Epstein e Minneapolis, il presidente abbia superato troppi limiti.Non significa che Trump sia in pericolo. Significa però che alcuni repubblicani di buon senso iniziano a dire “basta”. Ed è questa la vera notizia, l’aspetto più interessante: potrebbe essere l’inizio di una tendenza”, aggiunge il noto politologo americano. 

Alla domanda se la ribellione di sei repubblicani sui dazi al Canada sia un episodio isolato o il segnale di una frattura più profonda nel Partito Repubblicano, Friedman risponde: “Al momento è un episodio, ma è emblematico. Non solo sui dazi, ma anche su altri temi – come la pubblicazione dei file su Epstein o le modalità operative dell’ICE – sta emergendo un piccolo gruppo di repubblicani che ritiene che Trump abbia superato troppi limiti e inizia a prendere le distanze dal presidente. Non è uno tsunami: è l’inizio di un fiume. Non è ancora decisivo, ma è il segno che qualcosa potrebbe cambiare in America. E molto dipenderà dal voto di novembre”.

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